Memorie di Cose Alquanto Straordinarie

scritte da Domenico Bosi

1) Nel 14 febbraio 1834 un insolito e affatto straordinario terremoto scuote e fa traballare il Valtarese e il Pontremolese di guisa che gli abitanti ne provano estrema agitazione. I Borgotaresi si stanziarono per molte notti e molti giorni nello stradone sotto capanne di legno. Si sfasciano molte case e moltissimi camini precipitano dai tetti. Niuno peraltro vi rimane vittima.

2) Dovevasi commemorare il dì dei defunti del 1839, quando acque che caddero a diluvio dal cielo fecero straripare i fiumi, franare i terreni, e cagionarono danni immensi e inauditi a memoria di uomini.

3) L’inverno dal 1845 al 1846 fu senza nevi, bellissimo.

4) L’inverno 1846 al 1847 passò per intero con acqua, neve e freddo potentissimo, di guisa che ebbero a soffrire le viti, principalmente què vigneti che costeggiavano i torrenti e i fiumi.

5) Nel novembre 1847 Domenico Bosi fa piantare dei castagni provenienti dal Buzzò, nel piano di Canfricioso, pagando le piante, condotte sul luogo, centesimi 24 ciascuna. Erano numero 100 circa.

6) L’annata 1847 fu abbondantissima di castagne di guisa che non esiste memoria più favorevole per tal genere di raccolto.

7) 1848. Rivoluzione d’Italia, ma la famiglia Bosi ne paga il fio, perché in forza d’una contravvenzione fattagli per 12 pecore il dì 28 aprile di quell’anno stesso venne in seguito imprigionato Domenico; ne si poté sciorre dalle acque della giustizia se non per grazia del generale Degenfeld, che gliene fece due in poco d’ora, colla prima, affatto singolare, gli permette di potersi presentare al dibattimento a piede libero, e gli accorda intanto la completa libertà nella città di Parma. Colla seconda poi, avvegna Dio un tal dibattimento non facevasi mai, gli accordò la totale libertà e ordina che sia messo sotto silenzio il fatto stesso perché riconosciuto alteratissimo e per cosa frivola.

8) Le uve del 1851 vengono assalite da un morbo detto critogamia che investisce i granelli di certa peluria finissima, cenerognola, la quale ne asciuga l’umor di Bacco in guisa ch’alla fin fine nei rami altro non rimane che pura buccia. Tale andazzo propagasi anche in parte alle viti, alcune delle quali disseccano nei tralci loro, dopo avere indossato un color nerognolo. Per tale sinistro si fanno gramissimi vini e in assai poca quantità.

9) Anche in quest’anno, sul principio di Novembre, ossia nei giorni di Ognissanti e dei defunti, a simiglianza di quelle del 1839 piogge dirotte fan straripare i fiumi in modo spiccatamente non ordinario.

Tali piogge furono proseguite da ben grossa caduta di neve, la quale non si scioglie che verso la metà del Gennaio 1852. Per tal caduta nell’alta montagna del parmigiano resta sepolta gran quantità di castagne verdi o fresche e molto frumento resta inseminato, il quale in parte si semina sul finire del gennaio 1852.

10) 1852. Sul finire di marzo Domenico Bosi fa piantare 40 gelsi nel prato della Passelasca.

11) Alle cose superiormente dette si dovrebbe aggiungere la memoria di una certa infezione che fin verso gli anni 1847-1848 incominciava a invadere le patate nelle montagne del valtarese. Dessa si manifestava a macchie nere per la superficie del pomo, e a a poco a poco la ricopriva tutta sicchè in poco tempo non rimanevaci che un fetente torso. Tal malattia, ch’io non saprei come nomare, e che totalmente ancor non cessa, dopo 4 o 5 anni dal suo primo sviluppo, fu causa di gran danno ai poveri abitanti delle nostre montagne.

12) La malattia delle uve infierisce anche in quest’anno 1852.

13) Il dì 18 d’Agosto 1852 nel fondo detto l’orto della Fanfara misurai un gambo di melica (zea mais) e lo trovai, dalla base alla cima della spigha, di tre metri e 20 centimetri d’altezza, ossia di quindici palmi annoverati col palmo naturale di certo Cristoforo Cacchioli.

14) Sin qui si rammentava come affatto straordinaria la piena del dì d’Ognissanti del 1839. Ma le acque diluviate nel giorno 28 Settembre 1852 sorpassano ogni ...dere.

Io mi trovavo nella mia casa di Borgotaro all’occasione che vi facevo costruire le arcate della loggia del secondo piano. Di là vidi la veramente sorprendente piena del Taro, il quale trasportava seco travi, piante, ed altro legname qualunque, urtava per intero il ponte di pietra da porta Portello alla chiesa di S.Rocco, e sovrastandone il parapetto in diverse parti, minacciava fortemente di volerlo atterrare. Infatti le poderose onde accavalcantisi che sorpassarono il molo di S.Rocco ne demolirono un pezzo nella parte superiore e nel cadere dall’altra parte scavarono in modo tale il terreno che il molo e il piede dell’arco ultimo di detto ponte si videro in evidente pericolo di sfasciarsi. Fu per questo che per opera dell’Ingegnere della sezione e dell’autorità locale fu sbarrato il ponte da due estremità, perché nessuno corresse pericolo in quel tragitto, finché nei giorni seguenti fu riempita la gran buca con pietre, e disteso il passaggio e ristorata la murazione nel miglior modo che le urgenze del momento suggerivano. Per tal straripamento furono adeguate al suolo le mura dell’antico cimitero e la Magona Borra, si vide pare ingolfata in mezzo alla piena, dalla quale peraltro ne rimase illesa. Dalla mia casa pure io vidi perdersi nella torbida corrente un grosso Mazzabecco con tutta la sua macchina di corredo, il quale poco prima era stato eretto alla sinistra sponda del Taro, e precipuamente alla porta di quell’antico molo che si trova in detta linea e che va a congiungersi longhesso col Taro al piede ultimo sinistro di detto ponte. Con quel Mazzabecco si voleva formare una palafitta a difesa della strada e del paese che era veramente minacciato. Tutto questo ed anche più, io vidi stando a Borgotaro; ma la meraviglia s’accrebbe quando, alcuni giorni dopo, mi trasferii ad Albareto alla casa paterna. Fu in quel tragitto ch’io potei comprendere quanto sia grande il poter di natura a paraggio dell’amara possanza. Tenni la strada alla diritta del Taro per il palazzo Picenardi alla Brugnè e i miei occhi e la mia mente erano sempre preuccupati da nuovi prospetti e da nuove e tristi vedute, o pei scoscendimenti della strada stessa e per spiacevoli guasti che scorgevansi or di qua or di là del Taro. Oltrepassai il detto palazzo e al primo metter piede nella ghiaia della Gotra, non veggendo più qué campi che solevo vedere passando di lì, mi vennero alla memoria le parole che proferirono i troiani in un tempo però diverso in quel campo dei Greci dopo la creduta, non compiuta, fuga dei medesimi.

Hic dolo pum massa hic servus tendebat Achillis happibus hic locus hic aeies cantare

Qui diceva io, eranvi bei campi coltivi e piani, e ora non son più! Qui rigogliose piante di gaggie lunghesso la strada rinfrescavano col verde delle loro fronde i passeggeri, ed ora non più! Qui artefatte mura attorniavano rettilinee i campi e guerantivano i prodotti all’industre colono, e nulla più esiste! e che avvi dunque? Arida sabbia, pietra e deserti greti! Neppur vedi traccia di strada se non per quella linea che ti suggerisce all’atto la visuale dell’occhio che ti precorre. Da alcune persone incontrate a caso seppi ancora della distruzione sulla Gotra dei moli Merelli e Baduini, uno verso Campi e uno a S.Quirico; ancora seppi che più non esisteva la Maggona Bocci al Tombeto.

15) O folli! il tanto affaticar che giova? Così pien di raccapriccio giunsi a casa, conghieturando fra me stesso di veder guasti non lievi ne miei terreni, in quelli principalmente che costeggiano da ambo le parti il cosiddetto rio di Ruffinà. Non mi ingannai, perché nel seguente dì, portatomi a perlustrazione in què dintorni ebbi a meravigliare, con massimo dolore, le incredibili mosse di quel meschino torrente. Egli primieramente aveva svelti dalle radici e asportati tutti dalla cima al fondo i bellissimi e giovani e folti ontani che eransi popolati dopo le piogge del 1839. Aveva atterrate ed asportate tante e tantissimi piante di ottimi e fruttiferi castagni, e colla volatile e gonfia sua corrente, dopo avere miseramente in diversa parte corrose e fatte franare le sponde, aveva in certe altre parti fatti dei nuovi e più alti mucchi di pietre, che è cosa mirabile a vedere, nonché incredibile a raccontare. Uno di tali cumuli vedesi tuttora nella ghiaia del Moro sotto appena alla casa dei Taffurelli, dove straripando fece non ordinario danno. Qui coll’andar degli anni s’annideranno le volpi e i tassi e se i più tardi nipoti meraviglieranno (stando così le cose) un tanto monte di pietre sappiano che fu effetto della piena straordinaria del dì 28 Ottobre 1852.

Dal dì 7 gennaio al 21 Aprile 1854 non cadde una stilla di pioggia e pochissima neve. Furono perciò fatti bellissimi lavori alla campagna ma non vi corrisposero i raccolti che furono scarsissimi, per cui la fame travaglia la povera gente sino a tutto Giugno, e i prezzi delle granaglie furono d’assai alterati. Il frumento fu venduto dai 17 ai 19 franchi; la melica dai 14 ai 16, e le castagne dai 15 ai 17.

Un vetroghiaccio fortissimo del 5 Febbraio 1855 danneggiò immensamente i boschi di castagni.

1855. Nei mesi di Agosto, di Settembre, e parte di Ottobre, un nuovo flagello ci colpisce, e fu un orribile colera (colera morbus) che, ove più ove meno, invase tutta Italia. Anche il valtarese ebbe a provare la forza del morbo; uno spedale apposito fu aperto nella chiesa di S.Rocco di Borgotaro ove molti vi perirono. Le porte del Borgo furono guardate con profumi dai cittadini; ma il morbo entrò nel paese e vi mieté diverse vite. Furono assaliti anche i villaggi del comune di Albareto. Un gramo ricovero per la quarantena dei sospetti erasi formato nella chiesa del Boschetto. Molti ebbero a soccombere, principalmente nella parrocchia di Gotra, di S.Quirico, della Pieve di Campi e di Campi. I cadaveri, per la massima parte, più non seppellivansi ai cimiteri; sibbene alla campagna, al piede di una pianta. Il solo paese immune fu il villaggio di Albareto nel quale grazie, al nostro S.Rocco, non si ebbe a deplorare vittima di sorta.

1856. Continua la malattia nelle uve così quella delle patate.

1857. Continua la malattia nelle uve così quella delle patate ma meno forte. Nell’Agosto di quest’anno composi e feci porre l’iscrizione sopra la porta della chiesa. E nel Settembre di quest’anno stesso si tenne sacra missione in Albareto; dove con altri due suoi compagni predicarono il bravo padre Tommaso di S.Giuseppe, superiore dei passionisti del convento di Brugnato. La predica dell’ultimo giorno fu nel prato della strada.

1858. Continua la malattia delle uve sebbene più localmente.Scematasi ma esiste ancora quella nelle patate. Nel Settembre di quest’anno apparve la famosa cometa.

1858. La sera del 26 Dicembre fu fatta l’apertura del nuovo teatro di Borgotaro.

1859. In quest’anno moltissima gioventù italiana si va volontariamente ad arruolare sotto le bandiere del re Vittorio Emanuele II della casa di Savoia, e con l’intervento dell’alleato Luigi Napoleone III Imperatore dei francesi si riesce a liberare gran parte dell’Italia dal dominio austriaco; anche i stati di Parma, Modena, Firenze (fuggiti i loro duchi) si uniscono al Piemonte col regno di Napoli il cui re, che chiamavano re bomba, è costretto di abbandonare il regno colle bombe scagliate su la fortezza di Gaeta dove erasi rifugiato da Napoli.

Dal 1859 al 1865 fu molto chiacchierato per togliere il dominio al Papa, ma nulla fu concluso di definitivo. N.B.

1864. E’ già da un paio d’anni o tre che io sono divenuto padre di dodici figli viventi (e in quest’anno per pochi giorni lo fui di 13) e intanto in quest’anno mi tocca mantenerne numero 5 nel seminario di Pontremoli !!!!!

Nell’anno 1864 la 1865 feci piantare di Castagni le Moie di Marozzo e della fontana Vecchia, pagando le piante dai 40 a 50 centesimi l’una e feci condurre la fontana al luogo ove si trova ora avvicinandola così verso casa metri ...

Nell’estate del 1865 feci fare poi la murazione attorno a detta fontana e feci fare il muro a secco per appianare la strada che vi conduce, e vi spesi circa franchi 150 ed altri franchi 150 circa avevo speso l’anno avanti per portare le chiaviche opportune per condurre la fontana stessa, per asciugare la suddetta Moia e per comperare e farvi piantare i suddetti castagni.

Finalmente nel 1865 scomparve quasi totalmente la malattia delle uve detta critogamia, la quale erasi manifestata nel 1851 e sino alla suddetta epoca aveva di tanto danneggiate le uve stesse e le viti.

In tal periodo di tempo i pontremolesi e i genovesi ricorsero all’uso dello zolfo per le viti e ne ottennero ottimi effetti. Anche la malattia delle patate che forse era identica a quella delle uve è totalmente scomparsa.

Siamo giunti al 2 d’ottobre del predetto anno 1865, eppure una estrema arsura dei terreni lascia mal contenti i coloni che non disseminano il frumento pel timore che non possa nascere. La stagione si fa poi propizia, il frumento nasce benissimo e succede un ottimo inverno che passa senza neve e caldo di guisa che si fecero bellissimi lavori di campagna ed io feci piantare altri numero 97 castagni nella terra detto la Canaletta che resta sotto la fontana nuova verso il rio Ruffinà continuando a pagare le piante dai 40 ai 50 centesimi ciascuna.

[Qui termina il diario di Domenico Bosi ed iniziano alcune pagine aggiunte da un suo figlio, probabilmente Don Emilio]

Nel giorno 9 Luglio dell’anno 1873 che cadeva in Giovedì, alle ore 8 pomeridiane, irreparabile sventura, moriva il babbo Domenico nell’ancora verde età d’anni 64 e mezzo i quali compieva precisamente nel Sabato successivo alla sua morte, giorno 11 di detto mese in cui gli fu data pietosa e onorata sepoltura, essendo accompagnato dalla casa al cimitero da 24 sacerdoti e da immenso concorso di popolo. Per mera curiosità istorica si nota pure che splendette, parecchi giorni prima ed altri anche dopo, verso Pelpi (nord) una cometa che gli astronomi denominarono cometa Caggia (perchè scoperta pel primo dall’astronomo Caggia residente a Marsiglia).

Il babbo nel momento della sua morte era assistito dal parroco del luogo Grilli e dai suoi due figli sacerdoti Giulio ed Emilio. La sua morte fu quale un placido sonno e poco prima di morire disse: "Gloriosa dicta sunt de te civitas David".

Nel giorno 15 Novembre di questo stesso anno funestissimo 1873 moriva in S.Quirico Tarquinio Bosi segretario comunale: al 9 Luglio 1873 morì Domenico Bosi. In quest’anno abbiamo avuto una bellissima stagione sia di primavera che d’estate che d’autunno e le raccolte furono abbondanti specialmente le vendemmie. La malattia delle uve fu quasi scomparsa come pure quelle febbri e mal d’angina che fece tanta strage nell’anno di corso 1873 in S.Quirico e in Albareto specialmente. Vedremo il futuro inverno.

Nel 1872 Bosi Don Remigio diventò arciprete di Rossano.

Nel 1873 Bosi Don Giulio fratello dopo essere stato tre anni per rettore nella casa di provvidenza di Galli Bonaventura in Pontremoli divenne rettore di Veppo di Calice al Cornoviglio. E prima ancora di andare a Pontremoli Don Giulio e a Rossano il Don Remigio, questi due fratelli erano stati due anni per economi spirituali a Buzzò servendo ambedue alternativamente quella chiesa, cioè negli anni 1869-1870-1871 e parte del 1872.

Il 16 novembre 1882 Bosi Don Remigio lasciò Rossano al fratello Don Emilio. In questo frattempo e segnatamente in Febbraio andò vacante un’altra volta Baselica - Essendo stato l’arciprete Bertolini condannato dai tribunali di Borgotaro e di Parma a due anni di carcere per attentati per attentati al buon .... "come si dice".

Nel 1880 fu compito l’oratorio dell’angelo custode per opera dei tre fratelli sacerdoti: Remigio arciprete di Rossa, Giulio rettore di Veppo, Don Emilio curato.

L’inverno del 1882 fu per ogni rapporto bellissimo e senza nevi. Il vivaio delle piantine di castagno nella Canaletta fu fatto da Don Remigio e dal fratello Giuseppe nell’anno 1882 e si fece perché non si trovavano più piantine di castagno da trapiantare.

Nel 1879 e 1881 si fecero piantare le vite sotto a casa dei Bosini nel pantano dirigendo i lavori Giuseppe.

Non vi maravigliate se manca l’esattezza cronologica perché questa cronaca fu interrotta per la morte del padre Domenico Bosi, nel 1882 fu poi continuata, in più ampia scala dal figlio Don Remigio, in apposito libretto.

Nel 1882 comparve una bellissima cometa caudata, lunga circa quattro metri.

Nella notte del 22 Ottobre dello stesso anno venne una fortissima pioggia che portò danni gravissimi, straripamenti, inondazioni, rottura di ponti eccetera e pure in quest’anno franò il bosco della Brugna.

La sera del 16 Novembre del 1882 comparve verso occidente e precisamente sopra Pelpi una bellissima Aurora Boreale, rossa e azzurra a modo di gran padiglione che si estendeva dal Pelpi suddetto al Santa Donna.

Nell’anno 1911 furono piantati numero 9 abeti di fronte al nuovo palazzo municipale, presenti Bosi Don Emilio assessore, Pedrinelli Clemente segretario comunale e il di lui figlio Eugenio, studente di liceo all’ateneo di Pisa.