Memoria di cose alquanto straordinarie: l'autore.
Vittorio Domenico Cirillo Bosi nacque ad Albareto il 6 Agosto 1810
da Antonio Bosi e da Angela di Giuseppe Gennari. La sua famiglia, originaria di Case
Bosini, è segnalata, come la maggior parte delle famiglie attuali di Albareto, a partire
dalla fine del Cinquecento. Della sua vita conosciamo con precisione solo quei momenti in
cui ebbe la ventura di vivere, in prima persona, alcuni fra i più significativi episodi
della val Gotra. Di sicuro sappiamo che fu una persona dalla corporatura robusta che non
disdegnava di seguire i propri affari anche quando questi comportavano faticose e
impegnative trasferte attraverso i valichi appenninici.
Si sposò con Santa Gandolfi nel 1840 alletà
di 30 anni ed ebbe, nel corso della vita, 14 figli viventi (22 in tutto). Di lui cè
rimasto solo un ritratto anche se, sparse e dimenticate in qualche cassetto, sembra
esistano alcune fotografie. Era una persona di discreta cultura non si sa se conseguita
tramite un regolare corso di studi o se privatamente, grazie a qualche precettore
familiare. Nominato a capo di numerosi comitati per il bene pubblico manifestò sempre una
curiosità innata per lo straordinario e la natura in genere abbinandovi però una solida
impostazione pratica. Sappiamo che fu eletto sindaco del comune di Albareto nel 1837, a
soli 27 anni. La sua particolare longevità politica è significativa così come la
giovinezza, piuttosto inusuale allepoca, con cui accedette a tale carica. Del resto
possiamo immaginare che fosse aiutato, nei primi passi, lui figlio primogenito, da una
famiglia che contò, in tre generazioni, più di 10 preti (Don Lodovico, Don Giovanni
Battista, Don Giuseppe Carlo arciprete di S.Benedetto di Pontolo, Don Emilio, Don Remigio,
Don Diomede, Don Giulio, Don Stefano, Don Francesco, Don Angelo, etc.) e diverse suore e
ordinate. Ricoprì diverse volte la carica di sindaco del comune di Albareto, nonché di
podestà, sotto Maria Luigia finché, in un anno imprecisato ma precedente al 1848,
incorse in uno spiacevole contrasto con una pattuglia di dragoni ducali detti prèposés
(termine usato in queste zone per designare le guardie confinarie).
Allepoca il territorio di Albareto era punto di incontro per i confini di ben tre stati: il Regno di Sardegna, il Ducato di Parma e Piacenza e il Granducato di Toscana. Questa condizione favoriva particolarmente i traffici che tuttavia, a causa della varietà delle leggi e dei dazi, finivano per incorrere facilmente in una serie di tasse e gabelle che ne riducevano consistentemente i margini di guadagno. A questo si aggiunga larroganza e la prepotenza con cui si accompagnavano le operazioni delle guardie ducali per capire quale fosse lo stato di tensione fra loro e gli uomini di Albareto spesso ingiustamente considerati alla stregua di contrabbandieri.
Fu appunto in uno di questi contrasti che Domenico Bosi si dovette difendere passando alle vie di fatto con i dragoni. Come conseguenza di questo episodio subì una reazione particolarmente dura da parte della polizia ducale. Questa reazione era motivata anche dalla popolarità del sindaco che poteva divenire un caso esemplare nelle controversie fra i valligiani e le autorità ducali. I dragoni fecero frequenti incursioni a casa sua ma, grazie al favore della popolazione ed alla sua astuzia (in casa aveva persino una stanza segreta, mai scoperta, in poteva nascondersi), riuscì, per diversi anni, a fuggire allarresto.
Fu durante questa sua avventurosa latitanza che gli occorse un fatto poi rimasto famoso. Durante una notte, mentre si spostava da casa sua, nei pressi dei Grossi di Albareto (poi case Bosini), alla Costa si trovò a passare al di sotto del sasso della Traversagna. Questo macigno di dimensioni ciclopiche era abbarbicato alle pendici del monte Schieggia da numerose generazioni e non aveva mai dato segni di cedimento. Quella notte, proprio mentre Domenico transitava sotto la roccia, si udì un fragore assordante. La mastodontica pietra precipitò, schiantando castagni secolari come fuscelli e piantandosi solidamente nel mezzo del corso del rio Ruffinale (o della Ruffinata) dove è possibile vederla tuttora. Domenico, scampato per miracolo alla morte, rimase così impressionato dalla sua avventura da incanutire precocemente.
Per quanto riguarda la sua vertenza con la giustizia ducale sappiamo che non sfuggì per sempre alla caccia dei dragoni. Non potendolo prendere né con la forza né con lastuzia dovettero far leva sul suo affetto per un parente in punto di morte. Nel 1848 un suo zio, Don Giuseppe Carlo Bosi, si trovava in fin di vita (morì infatti in quelloccasione alletà di 80 anni). Domenico, a rischio della cattura, decise di recarsi al suo capezzale. I dragoni poterono così catturarlo. Tuttavia dopo essere stato condotto a Parma trovò completa assoluzione grazie sia al credito di cui godeva presso la corte che allintervento del generale Degenfeld governatore provvisorio del ducato di Parma.
Tornato ad
Albareto, nella soddisfazione generale, poté così riprendere la sua attività sia di
politico che duomo daffari. Sappiamo fu rieletto Sindaco sotto Vittorio
Emanuele II, nel 1867-69.
Un altro episodio che lo vide protagonista fu la famosa rivolta che gli uomini di Albareto fecero contro la tassa sul macinato. Quando la povera gente di Albareto venne a conoscenza di questo nuovo e pesante onere si coalizzò e si recò, armata di picche e strumenti di lavoro, al Municipio di Borgotaro per protestare vivacemente contro limposizione. Sembra che la protesta stesse per assumere risvolti drammatici quando venne richiesto lintervento di Domenico. Egli parlò ai rivoltosi dal balcone del Municipio e riuscì a far sbollire gli animi e a placare la situazione. Morì nel 1873 alletà di 64 anni.
La sua vita familiare fu piuttosto travagliata. Il figlio primogenito Tarquinio (1842-1873) decise di sposare, contro la volontà del padre, una ragazza di S.Quirico, Margherita Zecca (1847-1908). Domenico, che forse sperava in un matrimonio finanziariamente più vantaggioso, si oppose decisamente. Il figlio, altrettanto deciso a non rinunciare ai propri sentimenti, non volle sentir ragioni. Di fronte all intransigenza dei due il padre della sposa, per calmare le acque, decise di inviare la figlia Margherita a Marsiglia presso dei parenti. Tarquinio, pur senza nessun appoggio e non disdegnando di dedicarsi a lavori anche umili (era Segretario Comunale ad Albareto), la seguì contro la volontà paterna nella città francese dove, per qualche mese, si mantenne facendo il muratore. Di fronte a tanta ostinazione la famiglia di lei richiamò la figlia e li lasciò sposare. Domenico non riconobbe mai questo matrimonio e diseredò quasi completamente il figlio. Negli anni successivi, in cui Tarquinio si distinse nella cura dei colerosi sia a S.Quirico che a Napoli ottenendo una medaglia di bronzo al valore civile, vi fu probabilmente una riconciliazione con la famiglia, forse con la madre. Sfortunatamente nel 1873, quando Domenico era ormai prossimo alla morte, Tarquinio, già sofferente per aver contratto il tifo, dovette recarsi, insieme colla madre, in visita alle proprietà paterne di Collecchio. A causa del viaggio Tarquinio, prossimo a essere padre, ebbe una ricaduta fatale e morì in totale disgrazia. A riprova del perdono che il padre non volle concedergli è rimasto il manifesto funebre in cui, volutamente, la famiglia Bosi non accettò di fare alcuna menzione alla moglie del defunto.
